Le sfide dell'integrazione europea e il riformismo

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Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!
— Regina Rossa, Alice nel Paese delle Meraviglie

A Bergamo, presso la sede della Social Domus, il 16 Maggio 2023 si danno appuntamento alcune tra le persone in città che possono vantare più familiarità con la natura, la storia ed il funzionamento delle istituzioni europee. La duplice sorte legata alla morte e vita del luogo ospitante (ex camera mortuaria di Bergamo) assume una valenza simbolica: dopo un passato recente di incertezza e agonia, dicono in più di uno, anche l’Europa sembra affrontare una fase di rinnovato vigore e progettualità. Ma cosa riserva il futuro?

All’evento dal titolo Stati Uniti d’Europa?, organizzato dall’associazione InNova Bergamo e introdotto dal suo presidente Niccolò Carretta, partecipano, stimolati dal caporedattore de L’Eco di Bergamo Andrea Valesini, Giorgio Gori (Sindaco di Bergamo), Pia Locatelli (Presidente Fondazione A.J. Zaninoni), Paolo Magri (Vice Presidente Esecutivo ISPI) e Luisa Trumellini (Segretaria nazionale Movimento Federalista Europeo).

Nella sua introduzione Niccolò Carretta, ricordando il doppio appuntamento del 2024 (elezioni europee e del Comune di Bergamo), pone l’attenzione su come, da legislatura a legislatura, paia spesso che a livello europeo i “passi in avanti” siano pochi, fatto salvo per iniziative come Next Generation EU. L’ex consigliere regionale paragona la creazione degli Stati Uniti d’Europa ad una stella polare di difficile realizzazione, e invita a ragionare anche su simboli e su ciò che può essere segno tangibile dell’appartenenza all’Unione.

L’Europa e le multi-crisi

Andrea Valesini esordisce ricordando come la presenza altrimenti discreta dell’EU riaffiori in maniera netta durante le crisi. Alcune (COVID, invasione dell’Ucraina) affrontate meglio di altre (immigrazione).
Sull’Ucraina, Valesini ricorda alla platea di aver compiuto 7 viaggi per raccontare il conflitto, e snocciola una serie di esperienze agghiaccianti di prima mano e dati impressionanti perché, a suo dire, in Europa non si ha una percezione corretta della gravità della situazione. Unisce, alla forza dei numeri e della testimonianza, anche lo sgomento dell’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU Filippo Grandi, persona ben avvezza alle situazioni di crisi politica e umanitaria in tutto il mondo, davanti alla portata della distruzione degli edifici civili nell’ex repubblica sovietica.

Il giornalista aggiunge che ci sono avvisaglie per un futuro ingresso della Bielorussia nella Federazione Russa. Se ciò si avverasse assieme ad un esito favorevole alla Russia del conflitto in corso, il resto dell’Europa non avrebbe di che dormire sonni tranquilli.
Nonostante ciò Valesini, che ha seguito da Sarajevo le fasi calde della guerra della Ex Jugoslavia, testimonia come ci sia un forte desiderio di Europa (oltre ad altre correnti di segno diverso) dall’Ucraina alla Georgia, passando per i Balcani.

Rispetto alla percezione di timidezza del progetto europeo manifestata da Carretta, Paolo Magri dà una lettura di segno diverso, ricordando come da un periodo in cui il rischio di disfacimento della EU era molto concreto, dopo tre anni di “guerre” (COVID, Ucraina, egemonia cinese, crisi energetica e delle materie prime) l’Unione sembra aver ritrovato una nuova spinta.
Si chiede, tuttavia, fuor di retorica e senza catastrofismo, se da queste “guerre” gli europei escano più sovrani o più vassalli, e declina la domanda in tre sfide: 1) la sicurezza militare, 2) il de-risking rispetto alle dipendenze da Russia e Cina, e 3) un trilemma di natura economica.

Riguardo alla sicurezza, c’è senz’altro più consapevolezza della completa dipendenza della NATO dal ruolo degli USA (esemplare la vicenda afghana: “senza gli USA la NATO non tiene aperto neanche l’aeroporto di Kabul”).
Magri rileva anche un potenziale germe divisivo nei membri NATO, che si paleserà alla conclusione della crisi ucraina, tra partito della pace e partito della giustizia. Con gli esiti della guerra bisognerà fare i conti. Cita, in concreto, il caso di ESA e CERN, che a causa della crisi diplomatica stanno vedendo “fuggire” circa 800 scienziati russi, che verosimilmente verranno accolti in Cina.

La ridotta dipendenza dalle risorse naturali russe e ancora più, come si auspica, da quelle cinesi, porta con sé la necessità di investimenti inimmaginabili. Basti pensare che secondo alcune stime, un’indipendenza per il 20% nel settore dei semiconduttori richiederebbe, per la sua realizzazione, ben 22 anni.

Il trilemma economico, infine, è dato dalla constatazione che gli ingenti investimenti industriali necessari per incrementare l’indipendenza economica, gli investimenti in difesa per incrementare l’indipendenza militare, e la necessità di molti paesi di non indebitarsi ulteriormente difficilmente potranno essere armonizzati.

Il ricercatore chiude applicando all’Europa l’avvertimento rivolto ad Alice dalla Regina Rossa all’inizio di questo resoconto: Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!.

Le politiche migratorie come opportunità

Valesini chiede poi a Giorgio Gori di focalizzarsi su uno dei banchi di prova dell’Unione, la questione migratoria tra idealità e misure concrete.
Il sindaco di Bergamo rileva quanto “infernali” siano i meccanismi decisionali dell’Unione, soprattutto a causa del diritto di veto e quindi della ricattabilità, come ha da poco dimostrato la posizione dell’Ungheria rispetto all’ottava tranche di aiuti all’Ucraina. In ottica di un allargamento a 36, il problema sarebbe ancora più rilevante.

Gori nota poi come il dibattito italiano sull’immigrazione sia spesso preda di letture parziali, ma si dice ottimista nel momento in cui la sfida migratoria venga approcciata tramite la lente della necessità.
Ricordando le poco rosee previsioni demografiche su Italia ed Europa per i prossimi decenni, cita le tendenze di segno opposto in atto nel continente africano e traccia le caratteristiche della politica che prefigura.
Sulla scorta di quanto viene elaborato in Germania, auspica un’immigrazione legale, programmata e selezionata, basata su questi tratti preferenziali: conoscenza della lingua, presenza di uno sponsor nel paese di destinazione, formazione adeguata, corrispondenza tra competenze e domanda del mercato.

E’ chiaro, per Gori, che l’interlocutore principale di politiche migratorie attive debba essere il Sud (Mediterraneo meridionale e resto dell’Africa), sia per la vicinanza, sia per le tendenze demografiche decisamente diverse rispetto a quelle in atto nel vecchio continente (con una triplicazione della popolazione attuale prevista per il 2100).
La chiave sarebbe stringere accordi di ingressi annuali piuttosto sostenuti, che rispondano ai tratti preferenziali summenzionati. Per dare un’idea dei numeri, un esempio sarebbe un accordo con la Tunisia per accogliere circa 20.000 figure professionali all’anno.

Commentando, Magri sottolinea come un programma di questo tipo, non potendo limitare gli ingressi irregolari, sarà particolarmente sfidante.

L’architettura politica e istituzionale per rispondere alle nuove sfide

Pia Locatelli, già europarlamentare, si dice d’accordo con Magri sul fatto che negli ultimi 15 anni l’integrazione europea abbia fatto grandi passi in avanti: passando in rassegna le crisi (subprime 2008; debito 2010-11; migranti 2013; brexit 2016).
Locatelli nota come siamo passati dal “chi sarà il prossimo ad andarsene?” dopo la Brexit, ad avere 10 nuovi paesi che attendono l’ingresso nell’Unione.

Cita poi come esempio concreto di convergenza il Vax Day, oltre alla capacità di trovare un accordo sul debito comune e la cessione di sovranità legata al Recovery Fund, per la valutazione e il monitoraggio, da parte della Commissione, dei piani nazionali. Ricorda, come esempio ulteriore di convergenza, l’Act in Support of Ammunition Production (ASAP) pubblicato il 3 maggio 2023.

Interviene poi Luisa Trumellini, segretario nazionale del Movimento Federalista Europeo, movimento non partitico attivo dal 1943, che ha come obiettivo la costituzione di un potere sovranazionale.
Trumellini ricorda la mostra da poco conclusasi a Bergamo dell’artista Lorenzo Epis “Figli delle Stelle”, pensata per colmare il “deficit iconografico” dell’Unione Europea.

Trumellini si interroga sul “cosa stiamo facendo?”, constatando che spesso l’EU, più che agire, reagisce, mancando della necessaria capacità di proteggere gli interessi del continente (che non sempre coincidono con quelli degli Stati Uniti) e di incidere nel quadro mondiale in maniera efficace.
Passando poi al “cosa manca?”, Trumellini menziona senza esitazione l’unità politica e la difesa comune, elencando poi tre desiderata fondamentali legati all’architettura istituzionale: 1) la devoluzione di maggiori competenze dagli stati nazionali all’Unione; 2) un maggiore controllo, da parte del parlamento, sulla Commissione, le finanze e le risorse; 3) un bilancio federale. Cita infine la possibilità di presentare liste transnazionali come passaggio chiave.

Programmi per il futuro prossimo

In un giro finale di commenti stimolati da Valesini, Gori, in vista delle elezioni europee del prossimo anno, auspica l’unità del centrosinistra.

Locatelli, dal canto suo, oltre a constatare l’incapacità dell’Unione di incidere significativamente sulle diseguaglianze, punta sull’autonomia strategica dell’EU (specie in ambito difensivo), sulla democrazia e sui temi economici, individuando i trend del clima, della digitalizzazione, della demografia e dell’erosione della democrazia come punti centrali.

Trumellini, infine, sul tema dell’eccessiva burocratizzazione delle istituzioni EU, è convinta che se ci sarà un’unione politica, sarà la politica ad avere il sopravvento sulla burocrazia.
Trumellini vorrebbe vedere la Commissione più lontana dai governi e più vicina al Parlamento, ritenendo che oltre al superamento dell’unanimità, sia fondamentale la capacità di co-decisione tra Commissione e Parlamento.

Il tema delle riforme istituzionali, insomma, risulta centrale anche perché il processo di integrazione prosegua, in vista delle numerose sfide che il Vecchio Continente dovrà affrontare.

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